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Messaggio di Avvento del Vescovo Cantafora

Carissimi,

il tempo dell’Avvento è per eccellenza il tempo della speranza e del coraggio che si ridesta. La certezza della venuta del Signore rianima ciascuno di noi ad alzare lo sguardo, anche se i fatti della propria storia sia personale che comunitaria tenderebbero a frenarci. Siamo a corto di speranza, ma dove possiamo riprendere il coraggio di sperare ancora?

Avvertiamo il desiderio di sperare, proprio quando la storia ci presenta strettoie e passaggi, attraverso i quali è difficile entrare.

C’è un salmo, il 136, che esprime questo desiderio di speranza in un tempo difficile e contraddittorio. Il popolo ebraico di fronte alla distruzione del tempio di Gerusalemme, si affida alle parole di un canto di lutto nazionale in cui emerge il dolore per quanto si è perso a motivo della schiavitù: la libertà, il tempio, la gioia di cantare.

Sui fiumi di Babilonia,
là sedevamo piangendo
al ricordo di Sion.
Ai salici di quella terra
appendemmo le nostre cetre.

Là ci chiedevano parole di canto
coloro che ci avevano deportato,
canzoni di gioia, i nostri oppressori:
“Cantateci i canti di Sion!”.

Come cantare i canti del Signore
in terra straniera?

Se ti dimentico, Gerusalemme,
si paralizzi la mia destra;
mi si attacchi la lingua al palato,
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non metto Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia.

2 Il Salmo parla di Babilonia, dove il popolo è stato deportato. In questa città, tra lo scherno e la derisione, è impossibile cantare. Eppure in questa situazione drammatica, il ricordo di Sion, la città perduta riaccende la speranza. Essa è viva nel cuore degli esiliati, anche se è stata perduta a motivo delle proprie azioni malvagie.

Coinvolti sono, nelle parole del Salmista, la mano, la lingua, il palato, la voce, le lacrime. La mano è indispensabile per suonare: ma ormai essa è paralizzata dal dolore.

La lingua è necessaria per cantare, ma ora è attaccata al palato. La voce è strozzata, le lacrime sono diventate il pane di ogni giorno.

Ma, il ricordo di Gerusalemme non deve essere lasciato cadere, il suo bene e la sua gioia devono essere considerate al di sopra di ogni cosa. Questa memoria riaccende la speranza. Allora la lingua, il palato e la voce si possono sciogliere e con questa speranza più grande possiamo anche, nel modo giusto, trasformare il mondo. L’Apocalisse ci fa sognare la città di Dio con gli uomini, dove il Signore passa a servire i suoi figli e ad asciugare ogni lacrima; una città dove il canto di nozze è sulle labbra di ogni uomo e di ogni donna.

3 Vivere il tempo di Avvento, l’attesa della venuta del Signore, allora, in ogni città, è insieme sia nostalgia e sia compito. Nostalgia: perché la comunione con Dio si misura attraverso il desiderio del suo intervento e della sua venuta. Compito: perché attendendo Dio, l’amore per la terra e per il giorno che ci è dato, non viene meno. Piuttosto, si esprime in impegno geniale, attivo e comunitario.

I nostri giorni in città sono pervasi da un senso di smarrimento e di sfiducia. Lo scioglimento del nostro Consiglio comunale è un fatto che deve interrogarci. Come per gli esuli di Babilonia, non serve rassegnarsi e spegnere il canto e la gioia, ma siamo ancor più chiamati a riaccendere il ricordo che una “città nuova” è possibile se diventiamo “nuovi” noi, se guardiamo come cristiani alla patria che il Signore prepara per noi ma non senza di noi.

Il tempo d’Avvento ci invita a prendere consapevolezza dei fatti della nostra storia e a riconoscerli come segnali che illuminano il nostro cammino. È la terza volta, in pochi anni, che il nostro Consiglio comunale viene sciolto! Può lasciarci indifferenti? Può bastare dare solo sfogo alla rabbia e alla delusione, perché tutta la comunità è costretta a pagare un prezzo così alto? Qual è il nostro compito di credenti in questa città?

Siamo credenti “e” cittadini di Lamezia Terme e condividiamo le gioie e le angosce di tutti gli uomini e le donne di questa terra. E proprio come cittadini e credenti condividiamo anche le speranze più profonde, sappiamo di non dover spegnere ma di ravvivare il desiderio di una civiltà più giusta, più umana, capace di rigettare ogni forma di male, violenza e accomodamento.

E questo vale a livello di comportamento sia dei singoli che di collettività.

Perciò, continueremo con discrezione a offrire al territorio una presenza premurosa di carità e solidarietà ai poveri. Seguiteremo a proporre alle Istituzioni e ai loro rappresentanti delle puntuali riflessioni sui grandi temi e sugli impellenti problemi sociali. Laicamente, non ci stancheremo di diffondere la Dottrina Sociale della Chiesa, che sappiamo indirizzata alla realizzazione del bene di ciascuno e di tutti.

Nonostante avvenimenti critici, come questo che stiamo attraversando, riaffermiamo che la nostra Chiesa non vuole estraniarsi dalla società civile e dalle Istituzioni locali. Il cristiano è costantemente invitato a testimoniare la giustizia e la fraternità tra le persone, le famiglie, i gruppi e gli ambienti civili e religiosi. Mentre prepariamo la strada affinché la città possa rinascere nella fiducia e nel bene comune, è necessario organizzarci comunitariamente a creare “terra bruciata” attorno a chi infrange le regole della convivenza umana e civile, facendo del male alla comunità.

I cristiani, insieme agli uomini di buona volontà, non perdano coraggio. Chi lotta pacificamente, con la speranza e il proprio lavoro per la crescita del bene morale e sociale della città, sappia che i tempi della rinascita sono lunghi ma portano un frutto duraturo.

Il Signore trovi sempre di più persone che cerchino la pace e che abbiano come unica gioia il bene della comunità.

Dalla Chiesa non cessa la preghiera al Signore per i nostri governanti e per quanti lo Stato ha preposto a guidare questo difficile tempo a Lamezia Terme, augurando che possano trovare ampia collaborazione e aiuto leale all’interno della società civile.

A noi, il compito di saper scegliere quale strada voler prendere come comunità e come singoli! Ancora una volta, la storia ci ha mostrato sentieri interrotti: quali verità? Quali interessi? Quali letture? Abbiamo bisogno di altre “mappe”, altri paradigmi, che ci aiutino a riposizionare i nostri pensieri e i nostri atteggiamenti. Non possiamo rimanere disorientati, perché tale sconcerto ci porta a sbagliare strada.

Amiamo questa città come cristiani, sapendo che la città degli uomini è incamminata verso la patria del cielo. L’Avvento è un tempo liturgico finalizzato a farci rivivere nello Spirito l’attesa del Signore che viene a incontrarci per rilanciarci nella vita piena, anche quando la vita è ferita. Nel Signore possiamo ritrovare noi stessi e la nostra città. Egli ci doni il coraggio e la speranza. E ci risvegli.

Il Signore benedica tutti noi.

+ Luigi, Vescovo

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